“L’alternativa Nomade”: scoprirsi viaggiatori

Andrebbero introdotti a scuola quasi come materia d’obbligo. Che sia per puro piacere o per lavoro, i viaggi hanno da insegnare tanto. Si torna cambiati e alle volte non si torna affatto. Molte cose della tua vita ‘normale’ ti sembrano ancora più noiose, ti stanno strette, ma altre cose le apprezzi molto di più. 
E’ bello e interessante vedere come cambia l’approccio alle cose quando ci si trova in luoghi per noi insoliti e sconosciuti; come si diventa più decisi, come cambia la nostra postura, la nostra voce, come affrontiamo i problemi con una sorta di nuova creatività a noi sconosciuta. L’uomo è nato nomade ed è stato nomade per gran parte della sua evoluzione fino ai giorni nostri quando le città comode lo hanno risucchiato e, in qualche modo, standardizzato. Non ci sarebbe nulla di male nel riscoprire questa nostra natura antica e libera. Quella stessa natura che Bruce Chatwin chiama “L’alternativa nomade”. Credo che ognuno abbia dentro di sé una vocina che ogni tanto si fa sentire, quando siamo incolonnati ai semafori, quando abbiamo gli occhi gonfi per troppe ore passate davanti al pc o quando avvertiamo che tutto sta diventando pericolosamente uguale al giorno prima e a quello prima ancora. L’unica cosa che possiamo fare è ascoltarla, quella vocina, magari dandole priorità su altre cose che ci sembrano – o chi ci sta intorno ci fa sembrare – più importanti. Quella stessa vocina a cui ho dato ascolto quando ero programmatore informatico e che per fortuna, ogni tanto, continua a farsi sentire.

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Scoprirsi Viaggiatori- Il mio primo aereo l’ho preso molto tardi, a 26 anni. Da quel momento, però, la passione del viaggio cominciava a fermentare fino a farla diventare il mio attuale lavoro. Sono consulente di viaggi e accompagnatore turistico. Mi occupo di consigliare alle persone il viaggio che più si avvicina alle loro aspirazioni e desideri. In alcuni paesi del Sud America e dell’Africa sono anche accompagnatore di gruppi. Ho deciso di intraprendere questo lavoro quando ho capito che la mia precedente occupazione – il programmatore informatico – non faceva per me, non la sentivo mia, non mi appassionava; non mi dava quelle emozioni tali da farmi andare a letto la sera  soddisfatto e contento della mia giornata. In quel momento mi sono chiesto: vuoi continuare a fare una cosa che non ti piace, oppure iniziare a vivere veramente? Potete immaginare quale sia stata la risposta che ho dato.

Sud America, Marocco ed Etiopia- Per motivi di lavoro, ho visitato molto il Marocco e l’Etiopia, ma sicuramentereportage-deficis-marocco-i più tempo l’ho passato in Sud America, in particolar modo nel poco conosciuto Ecuador, prima come volontario, durante le ferie del mio vecchio lavoro, e poi come viaggiatore e accompagnatore nella seconda fase della mia vita. Ho passato molto tempo tra la zona andina, tra la capitale Quito e nella zona dei vulcani e poi nel versante dell’Amazzonia, tra Coca e Tena, sul rio Napo, nelle riserve naturali amazzoniche e nelle Isole Galapagos. Nei giorni di intervallo tra i vari gruppi che ricevevo dall’Italia, mi spostavo sulla costa pacifica, nella regione di Manabì. A Portoviejo ci sono amici con cui, negli anni, ho creato rapporti molto belli. Sono per me come una seconda famiglia. Il Sud America… di certo l’Amazzonia è stata un’esperienza indimenticabile. In quei luoghi, l’essere umano si deve necessariamente porre allo stesso livello di tutti gli esseri viventi che popolano la terra. Si è uno tra tanti. Ed è affascinante l’incontro con le tribù indigene, vivere con loro qualche giorno, capire i loro ritmi di vita, la semplicità, le credenze, i riti.

Per quanto riguarda il Marocco, il fatto più sorprendente è stato l’incontro con qualcosa che credo abbia una vita propria, un’anima e un corpo: sto parlando del deserto del Sahara. Un luogo surreale e mistico dove sei costretto a fare i conti con te stesso, ti conosci di più, sistemi cose che in te non andavano e trovi nuovi stimoli per la vita che ti aspetta tutti i giorni. Dell’Etiopia, invece, mi è rimasto nel cuore il sud, la famosa Valle del fiume Omo, popolata da alcune delle tribù più antiche d’Africa. Tra loro, ricordo l’incontro con i Mursi, famosi nel mondo per i loro piattini di argilla infilati nelle labbra e per il rito del salto del toro, rito di iniziazione per i giovani. Ricordo che mi sono emozionato molto quando si sono avvicinati alla nostra jeep, perché ricollegai alcuni ricordi della mia infanzia, quando in prima media feci una ricerca a scuola proprio su di loro e li consultai “I Quindici”, un enciclopedia di volumi color arancione che avevamo a casa. Ricordo ancora le foto e le varie descrizioni di quella tribù, in quegli anni, “scoperta” solo da poco tempo.

Viaggiare significa anche affrontare i pericoli- Di episodi  ne ho vissuti diversi, ma mai nessuno che mi abbiareportage-deficis-deserto-i realmente messo in pericolo di vita. In Africa, per esempio, quando attraversavamo i diversi territori controllati dalle diverse etnie tribali che spesso sono in tensione tra loro e, non di rado, sono gli stranieri come noi che vengono usati come motivi e oggetti di tensione; dalle richieste di pedaggi abusivi, fino alla richieste, più o meno forzate, di usare i nostri mezzi per contrabbandare armi da una zona all’altra. Per fortuna, c’è sempre andata bene.  Discorso diverso è il Sud America, per sua natura più violento nelle città e nelle periferie, dove in alcuni casi ho assistito a regolamenti di conti o a sparatorie per motivi sentimentali o politici.  Una volta hanno cercato di derubarmi, ma mi sono finto un prete (per fortuna, indossavo una maglietta nera e una collanina col crocefisso era prontamente uscita fuori dalla maglietta). Anche la natura può essere, a volte, pericolosa, con piogge torrenziali, smottamenti soprattutto sulle Ande e allagamenti, o con l’esplosione improvvisa di qualche vulcano. Ma credo che il vero viaggiatore cerchi anche questi ‘fuori programma’. Forse il vero pericolo è starsene chiusi in comode e calde stanze a quattro mura, allineando giorni più o meno uguali uno dietro l’altro. Ricordo che una volta, seduto al centro di un villaggio africano, tra capanne di paglia, fui costretto a bere sangue caldo di vitello ucciso poco lontano, delizia offerta dalla tribù solo a noi ospiti “illustri” venuti da lontano… come poter dire di no?

reportage-deficis-volontariato-iIl volontariato- Credo che sia una cosa che dovrebbe essere fatta evitando i riflettori. Mi viene in mente una citazione: “Il bene si fa in silenzio, tutto il resto è palcoscenico”. Sono d’accordo con questa frase, ma sono anche convinto che parlarne, raccontare, possa avere il suo valore positivo, ovvero far avvicinare altre persone al volontariato ed è questo, forse, il motivo più nobile ed è il compromesso che ho accettato per parlarne. Il volontariato mi ha semplicemente fatto capire che siamo tutti fratelli sulla stessa barca e che non bisogna mai lasciarsi scappare nessuna occasione per rendersi disponibili all’aiuto e agli altri. E’ strano a dirsi ma, in qualche modo, quello che si fa, in forme anche totalmente diverse, ti verrà sempre restituito, anche se credo non debba essere questo il fine che muove, o che deve muovere, un volontario.

Se vuoi qualcosa nella vita, allunga la mano e prendila- Sembra semplice a dirsi, ma riconosco che non è così. Siamo prigionieri – e anche io mi sento molto prigioniero – di tantissime convenzioni, preconcetti. Siamo troppo vincolati dal pensiero degli altri, facciamo sempre troppo i conti con quello che gli altri potrebbero pensare di noi; forse dovremmo fregarcene un po’ di più. Me lo ripeto tutti i giorni, ma non sempre ci riesco. Quella sorta di disadattamento che provo ora- e di cui ho parlato all’inizio- è reale, tangibile, lo avverto tutti i giorni ed è sempre una continua lotta tra quell’io che vorrebbe tornare sui propri passi, dire “Scusate, ma ho sbagliato tutto” e magari “sistemarsi”, conformarsi, tranquillizzarsi, è quell’altro io che, invece, spinge verso nuove esperienze e nuovi viaggi. A chi dare ascolto? Il mio 2016 è iniziato con una promessa che ho fatto a me stesso, una sorta di ringraziamento che devo fare per una cosa che, dopo diverso tempo, sembra essersi sistemata. Se tutto prosegue secondo i miei piani, ad Agosto vorrei intraprendere un viaggio di circa 45 giorni che mi porterà da Quito, Ecuador, fino a Buenos Aires, Argentina. Circa 6.000 km via terra, viaggiando in solitaria, low-cost e con mezzi pubblici. Durante le varie tappe, visiterò alcune missioni umanitarie in Ecuador, Perù, Bolivia e Argentina. Sto attualmente lavorando alla logistica di questo viaggio, attendendo che altre cose si sistemino in questo meraviglioso, sconosciuto e imprevedibile meccanismo che è la vita.

In attesa della prossima avventura,
una Lettera dalla Realtà
di Roberto De Ficis

A cura di Silvio Laccetti

 

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