Vivere per la pittura: Francesca Spuri in arte ‘Nora’

Il fatto che qualcuno veda un mio dipinto mi imbarazza, a tratti mi spaventa. È come se si mettesse a nudo una parte di me, forse la più intima. Non c’è solo Nora, c’è soprattutto Francesca. È come se vedesse tutta la strada che ho fatto fino a qui ed interpretarla poi a modo suo. Perché quando hai di fronte un dipinto non c’è una verità assoluta, ma è tutto un punto di vista. Ed è questo il motivo che mi spinge a dipingere: voglio esprimere il mio punto di vista.

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Si chiama Susanna. È lei il mio primo incontro con l’arte. Quando abitavo nell’altra casa andavo da lei ogni giorno, a curiosare tra tutte le sue cose, nel suo essere artista. Riciclava cose di ogni genere e questo mi affascinava molto, restavo per ore a guardarla. È stata una vicina di casa, un’amica di mia madre ed ora anche mia. Appena posso vado da lei a mostrarle i miei dipinti, a discutere per ore in compagnia di un bicchiere di vino rosso. Per me è come una zia, sempre disponibile ad ascoltarmi ed è un punto di riferimento del il mio essere artista.

La mia scelta. Passato quel periodo chiamato infanzia era arrivato il momento di iscrivermi alfrancesca-spuri-i liceo. L’unica cosa che volevo fare era disegnare. Inizialmente scelsi un Liceo Grafico Pubblicitario, ma non riusciva a trasmettermi molto e quella voce continuava a gridare forte dentro me: era il disegno ciò che volevo! Non riuscivo a stare senza una matita fra le mani, quindi scelsi il Liceo Artistico.  La scuola non mi aiutava affatto a crearmi uno stile, anzi più che altro mi disorientava. Con il tempo, in quei mille fogli macchiati, iniziava a delinearsi uno stile. Venivano fuori sempre dei visi. È questo quello che mi ispira, i volti delle persone. Forse anche per la mia passione per Schiele e Toulouse-Lautrec.

L’Accademia delle Belle Arti di Roma. È stato tutto molto intenso, entusiasmante ma anche a tratti demotivante. Con la mia accademia ho questo rapporto di amore e odio, ma dettato anche dalle difficoltà iniziali. Appena arrivata non sapevo fare granché, ho dovuto subito imparare ad usare l’olio ed ho dovuto apprendere tutto da sola. Solo dopo grandi difficoltà per il lavoro tecnico ho tirato fuori la mia prima opera, il punto alla fine del romanzo. Di lì in poi è come se avessi percepito improvvisamente una sensazione di libertà. Questo è stato il primo squillo di Nora, il mio nome d’arte. Da quel punto in poi mi sono sentita più libera, era la prima volta che con la tecnica riuscivo a tirar fuori qualcosa di mio. È bello saper usare questa tecnica per trasmettere qualcosa di così intimo alle persone che lo guardano. Ecco, questo ti fa sentire pieno.

La prima volta. Alla fine del primo anno universitario c’è stata la prima delle mie quattro esposizioni. La più bella che ricordo è quella in un locale del centro di Roma. Era la prima cosa assolutamente mia. Guardavo i passanti fuori dalla porta con trepidazione, in un misto di paura ed emozione. Stavo mostrando qualcosa di mio, che ho dentro di te. E non è per vendere, per i soldi in sé. Alle volte un complimento, così come il denaro, ti ricompensa della strada fatta fino a quel punto, fino all’ultima pennellata.

Barcellona. E poi una sera di settembre sono lì, nel mio letto, con estrema serenità riguardo la francesca-spuri-barcellona-ipartenza del giorno seguente, tra i miei (quasi) cinque nipoti che mi abbracciano. Per qualche giorno questa città spagnola mi ha spaventato molto. La solitudine, la lingua, il non farsi capire anche quando ne avresti davvero bisogno. Era tutto così strano, ma quelle sensazioni le ho tenute per me, buttando su pezzi di carta ancora tanto inchiostro, fino a riempire quel vuoto durato solo pochi giorni. Qui ora sto bene, mi sento viva. Avevo bisogno di cambiare aria, di cambiare gente ed io mi sento già cambiata. Mi accorgo di qualcosa che sta mutando dentro me, insieme al mio modo di disegnare. Qui tutto parte da un concetto, ma al tempo stesso hai la libertà di lavorare e dipingere dentro quel concetto. A Roma, invece, ero troppo inquadrata dentro piccoli schemi, mentre qui ho sviluppato un occhio più critico, forse più sveglio.

Dipingere è la mia terapia, con cui stacco il cervello e mi allontano da pensieri inutili. Qui dipingo spesso col blu, dicono sia il colore della serenità. Futuro? Tornare a Roma, vederla sempre uguale, ma con me cambiata. Mettere in pratica lì tutte le cose che ho appreso ed apprenderò in Spagna. Da grande voglio fare l’illustratrice. Magari farò un master, ma questo ancora non lo so. Vivo il momento.

Dal cuore del Raval,
la mia lettera dalla Realtà
di Francesca Spuri.

a cura di Nicola Stivaletta

1 thought on “Vivere per la pittura: Francesca Spuri in arte ‘Nora’”

  1. Francesca pittrice,ha incontrato e conosciuto se stessa oggi. Il suo percorso così giovane e inesperto è stato premiato dalla sua costanza e dalle sue doti artistiche. La sua realtà quotidiana la vive dipingendo,
    vive quella sensazione dell’artista che,immerso nel contesto di cose persone e immagini, è di natura portato a trasformare la realtà circostante in un quadro dove imprime con i suoi segni le emozioni e la personale immaginazione. Mettere al mondo una propria creazione,soffrire,cercare,dubitare quasi sempre. prima di gioirne quando l’opera viene vista e ammirata. Francesca pittrice, un privilegio,per lei saper creare dal materialismo l’arte di emozionare.

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