#letteredaBarcellona- Capitolo 3: c’è già una sagoma di nostalgia

È vero, questa lettera manca da un po’, ma forse è meglio così. Sulla mia scrivania c’è un diario rosso che non aggiorno quotidianamente ormai da un po’, non so quale sia il motivo. Forse è il tempo che manca, le lezioni, a volte la noia o semplicemente è Barcellona che vuole gran parte del mio tempo. Allora questo blog mi aiuta a mettere insieme i pezzi di questo periodo di vita così incerto quanto intenso. È difficile raccontare di te, mettendosi al centro di un palco che a guardar bene non esiste. Oggi voglio cercare di tirar fuori qualcosa di condivisibile, in cui le persone possano immedesimarsi, fare un balzo nel passato ed immaginare un futuro prossimo. In fondo Erasmus è anche questo e, per quanto sia difficile, voglio provare a descrivere un momento che non ha una collocazione temporale.

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Non ricordo con esattezza il momento in cui tutto è andato per il verso giusto. Potrei pensarla in maniera diversa, che sia andato tutto bene fin da subito o che in realtà c’è qualcosa che non va ancora oggi. Che non vedo l’ora di tornare a casa, oppure intravedere una sagoma di nostalgia nel cielo limpido di dicembre. Però il momento in cui ho smesso di preoccuparmi di tutto, quando realmente ho iniziato a respirare a pieni polmoni, io non lo ricordo.  Lucio Dalla in una sua canzone diceva: “Cosa sarà che fa crescere gli alberi la felicità, che fa morire a vent’anni anche se vivi fino a cento”. Ecco io non lo so proprio.

Sarà forse un giorno pieno di tristezza quando fuori c’è il sole. Una notte da ubriaco nel 15301302_700735623427059_2113284858_nRaval a bere, a parlare di tutto e di niente con cinque signore di Bilbao. Saranno le botteghe di Vila de Gracia, le mille cose preziose che puoi trovare solo curiosando tra la gente. È il volo di un piccione, che nulla ha di romantico, ma visto dall’alto di Montjuïc converte tutto in quell’idea di libertà. Saranno gli occhi di mia madre che torna a Barcellona dopo venticinque anni ed assapora ancora un pezzo di giovinezza scendendo giù per la Rambla. Oppure è una valigia che non si chiude ed un treno per l’aeroporto. Forse Il freddo gelido, ma sopportabile, dell’Inghilterra. La durezza di quelle strade, di una città rude che ritrova una piccola dose di dolcezza nei suoi intimi Pub, simili al salotto di casa mia.

15356087_700735593427062_1890950318_nÈ lei che mi prende la mano quando arriva il suono di ‘Penny Lane’, in una domenica pomeriggio nel Cavern dove i Beatles hanno suonato una infinità di volte. La forza di un weekend che dura lo spazio di un attimo, che fa stringere le mani ed ancora buttare un occhio al calendario. È un caffè in aeroporto, a Manchester, di lunedì mattina. Anche da lì si vedeva la strada di casa.  E poi ancora le parole di un amico ritrovato, che ricorda quanto siano più importanti le idee che gli ideali, ma soprattutto quanto sia importante crederci.

Ma forse non siamo andati ancora così a fondo. Tra la luce che passa dalla mia finestra, tra le bolle di sapone al Parco della Ciutadella, nel suono intimo del jazz, in una maschera della Mercé, tra i segreti di una piccola libreria italiana. È un uomo che dipinge una serranda, nel giorno di chiusura ed una fila al cinema di domenica pomeriggio. È il rumore degli skate al Macba ed i ragazzi seduti a terra a Placa del Sol. Sono le luci di Natale.

Non è che mi piacciono gli elenchi, ma le cose mi passano davanti quando ogni mattina mi lascio la porta alle spalle. In mezzo a tutto questo, io non riconosco quel momento.  Manca poco e sì, sarà bellissimo raccontavi di questo di fronte ad una birra. Lo faremo proprio lì, al bar, con la nostra musica che ci unisce e protegge.

È presto per gli auguri, ma in ogni caso… buona vita!

a cura di Nicola Stivaletta

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