Salvatore Cataldo e le cronache di un danzatore

La passione per le arti sceniche è nata con me. Si è manifestata col teatro per anni e poi per la danza altrettanto, quando ho cominciato ad osservare le danzatrici orientali e da alcuni video che non ricordo come mi erano pervenuti (non ancora esisteva youtube). Il primo aiuto nella scoperta della danza orientale mi fu dato dalla maestra Simona Ticciati, con la quale scappavo a fare spettacoli in giro. Quando poi mi sono trasferito in Turchia dove ho terminato il liceo, la cultura mi ha portato a contatto quotidiano con la danza, quella delle case, delle strade, delle feste, dei balconi di Istanbul. Quello che mi ha avvicinato alla danza è stato, dapprima, la sua sensualità e l’eccitazione che ti dona. All’inizio non avrei mai pensato di diventare danzatore, io volevo essere un attore. Punto. Poi la vita, come accade spesso, ci sorprende. Dopo le danze tradizionali turche ho cominciato con la danza classica che poi mi ha portato verso quella moderna. Quest’ultima mi ha aperto le porte del Teatrodanza, spingendomi a studiare la danza contemporanea la quale, magicamente, mi ha fatto comprendere molte cose anche sulla classica. Il bello di questo mestiere è che ti fa capire che tutto è collegato, che tutto esiste e che forse tutto è relativo. È un invito a spogliarsi dei pregiudizi perchè sono un handicap alla vita.

La Turchia- Ho finito il liceo in Turchia, ad Istanbul dove, affidato ad una famiglia locale, ho vissuto un miracolo. Questo lo devo a mio padre, il quale decise che dovevo andarmene. Ed io non me ne sono mai pentito. Quello è stato l’inizio della scoperta che un’altra vita, oltre quella provinciale, che altri valori, forse migliori, che altri modi di pensare, esistevano ed esistono. Mi sono ritrovato in questa famiglia meravigliosa, la quale mi ha accolto come uno dei loro figli ed alla cui mamma, Fatma, devo tanto. Il quartiere nel quale vivevamo era estremamente vivo e sempre col sorriso, con i suoi problemi ma anche con lo spirito comico. La strada era molto stretta: due macchine non passavano e la gente si guardava in casa a vicenda dalle finestre. Tutti si conoscevano. Era bellissimo per me. Mi diedero anche un nome turco: Fatih. Si danzava, tanto. Si danzava in cucina, sulle scale, nel salone, al ristorante. Mi ricordo tutto come un flusso. Un flusso di movimento, colori, immagini, suoni, espressioni, impressioni. Si danzava per festeggiare, per interrompere una discussione che si scaldava; per fare pace.

Un giorno stavo andando a scuola e presi la metropolitana. Ora, sapete quei giornali che ti danno gratuitamente la mattina all’ entrata? Mai letti, ma quel giorno ne presi uno e, sfogliandolo, trovo un corso di danza con Nesrin Topkapi, una leggenda della danza orientale negli anni ’70-’80. Con gli ultimi soldi che mi erano rimasti da parte, mi andai ad iscrivere. Nesrin cominciò a portarmi a studiare a casa sua per studiare danza. Un giorno mi disse che sarebbero venuti degli amici e mi chiese di danzare per loro. Io lo feci e poi bevemmo del tè e conversammo. Un mese dopo tornando a casa, Fatma mi disse tutta eccitata che Nesrin Topkapi aveva chiamato a casa ed aveva chiesto di me. Quando richiamai, mi chiese se avessi voglia di danzare in un videoclip per il nuovo album di Nilufer, una delle stelle della canzone turca contemporanea. Quella fu la mia prima volta davanti le telecamere. Il videoclip si trascinò dietro un tour di concerti. Di colpo, senza avere un’ idea precisa di quello che stava accadendo, mi ritrovai a danzare in delle arene e teatri davanti a 5000 persone. Non potevo crederci. Non capivo bene cosa stesse succedendo ma semplicemente osservavo. Non tutto quello che scoprii fu bello, ma tutto valse la pena di essere vissuto.

foto: Kevin Moore

Il ritorno in Italia a Roma- Quella era l’estate subito dopo il mio diploma di liceo. Terminata, il destino mi ha portato a Roma, dove volevo studiare recitazione, ma mi iscrissi a Scienze Politiche per questione di sopravvivenza. Mio padre si oppose in maniera drastica al fatto che potessi fare l’artista. Non voleva farmi vivere una vita miserabile, che era sinonimo dell’ essere artista. Nato da una famiglia molto povera, è stato definitivamente segnato dall’esperienza. Voleva che diventassi avvocato. Lui stesso è stato un bravissimo avvocato e voleva che lo succedessi in questa professione. Sia la “successione” che la fobia dell’ arte sono due cose molto diffuse tra le famiglie italiane. Una pazzia, se si pensa che siamo uno dei Paesi che ha prodotto più arte al mondo. In ogni caso poco dopo essere arrivato a Roma, cominciai a lavorare a degli spettacoli, ovviamente non pagati, con delle compagnie di teatro dialettale napoletano.

Un giorno vidi un danzatore classico esercitarsi in classe. Decisi che avrei studiato danza classica. Ho avuto la fortuna di incontrare Flavio Bennati, ex danzatore classico il quale mi incoraggiò fortemente a studiare danza. Mi diede la possibilità di prendere due lezioni al giorno di danza classica con lui facendosi pagare una cifra ridicola, quando potevo. Quello è stato l’ inizio e gliene sarò sempre grato. Spesso penso alla passione di quest’uomo che molto semplicemente decise di aiutarmi. Io ho avuto bisogno di tantissimo aiuto per poter fare tutto quello che ho fatto. E non credo che da solo avrei potuto fare ugualmente. Nel frattempo lavoravo in un ristorante e in un negozio di articoli per la danza dove fingevo con i clienti di avere una lunga esperienza in danza.

Quell’ anno io ed il mio coinquilino ospitammo per alcuni mesi un ragazzo tunisino, Nabil, che ci mostrò cosa significasse la vita da immigrato a Roma. Nabil era un ragazzo dolcissimo, un amico. Vittima giovanissima di un mondo che gli girava contro. Come non sentirsi fortunati. Se Flavio Bennati era motivato, io ci andavo pesante! Dopo soli 6 mesi di intenso allenamento sono andato a fare l’audizione all’Accademia Nazionale di Danza e, guardando oggi a quel giorno, inspiegabilmente mi presero. Fu un anno difficile. Io amavo la danza classica ma vedevo che la mia formazione tecnica non era al passo con quella degli altri danzatori. Sentivo che l’ ambiente mi giudicava. Un giudizio non formativo, per quel che mi riguarda. L’ ambiente della danza classica è, ahimè, pieno di giudizio. Il giudizio è d’ostacolo alla creatività ed alla ricerca dell’artista che è detro di noi. A me era chiaro che lo scopo dell’ arte era un altro. Per me era un paradosso: come potevano coesistere arte, (la quale ingentilisce e rinforza corpo ed animo e li avvicina) ed una tale distanza tra gli artisti? Un giorno la bibliotecaria dell’ Accademia mi mostrò un libro su Pina Bausch, la coreografa tedesca scomparsa nel 2009 che ha fondato il Tanztheater, il teatrodanza.

Salvatore in tango con Yara Eid- Pina Bausch Theater, Essen, Germania

Il trasferimento in Germania- Tre o quattro mesi dopo ero in Germania, dove venivo preso per studiare danza alla Folkwang Universitat der Kuenste (Università delle Arti), scuola alla quale la coreografa è stata fortemente legata. Con grande gioia lasciavo Roma, la città che non mi stimava. In Germania ho passato 4 anni meravigliosi. Sono stato accolto da una comunità di studenti e professori, talenti dei quali ricordo mi colpì subito il lato umano e l’umiltà. La vicinanza. Una classe bellissima di amici danzatori (dopo 4 anni, danzando insieme tutti i giorni, eravamo diventati praticamente una compagnia), gente che vedi crescere e con cui condividi sensazioni inestimabili. Li vedi alla sbarra, la mattina, mentre ti scaldi, e ti dici: ora stiamo per fare qualcosa di bellissimo.

La cultura tedesca mi ha fatto capire che la sincerità è più importante di quello che credevo, che la teatralità italiana, quella fine a se stessa, a volte è a discapito di una conoscenza più profonda di sé. La Germania mi ha dato una lezione sulla puntualità. La Germania mi ha insegnato che si deve cominciare da qualche parte; la Germania mi ha dato degli amici e una scuola, una disciplina, una lingua, del lavoro. Mi ha donato la Danza Moderna. Tra tutti gli insegnanti ne voglio menzionare due che hanno marcato il mio cammino: Malou Airaudo, per le intuizioni che ho avuto osservandola e Giorgia Maddamma, per il modo in cui ha saputo dialogare con i nostri corpi. Durante quegli anni, passavo le estati a lavorare in Turchia nel turismo e, grazie al lavoro di cameriere e di modello, sono riuscito a realizzare un sogno: andare in Egitto.

L’Egitto- Ho passato vari mesi al Cairo, il Cairo della rivoluzione, dove ho tentato di ricercare cosa rappresentasse lì la danza. Ho studiato con Ehab Hassan, direttore della Reda Troupe, al Balloon Theatre, e come ospite al centro di danza contemporanea del Cairo. Ho anche finalmente potuto studiare l’ arabo che oggi parlo e continuo a studiare. L’ Egitto del 2012/2013 mi ha colpito per la sua crudezza, per i suoi grossi sorrisi, per la sua assurdità, per il suo umore, per la sua fisicità, per la povertà, per la danza che è nelle strade, sulle barche del Nilo, sulle terrazze e perfino nei minibus. Viaggiando mi rendo conto sempre più della fortuna che ho a possedere un passaporto EU che mi permette una grande libertà di circolazione. Questa libertà non è scontata per cittadini di molti altri Paesi. Chissà, se fossi nato in condizioni completamente diverse, metti in un quartiere affollato e popolare del Cairo, dove sarei ora.

Un altro regalo della Germania fu quello di farmi conoscere tanti artisti provenienti da tutto il mondo e specialmente dal Medio Oriente. Un gruppo talmente divertente ma commovente, provenienti da paesi in guerra ed in guerra tra loro, con una forza di vivere che scavalca le barriere del male umano. In particolare voglio ricordare la mia amica Yara Eid, prima ballerina dell’ Opera di Damasco che, fuggita da una guerra, ha avuto la forza di ricominciare una vita in Germania. Qualche giorno prima della mia laurea, pronto a dimostrare soprattutto a mio padre che di questa passione se ne poteva fare qualcosa, scopro che si era ammalato e che perdeva facoltà cognitive.

Ora forse lui non puo’ più apprezzarlo ma voglio ringraziarlo per aver affrontato, così malato e da solo, il viaggio per arrivare in Germania. Voglio ringraziare mia madre e mia zia Lucia per averlo aiutato ad arrivare in teatro per vedermi danzare professionalmente per la prima volta. Voglio ringraziare la vita che è riuscita a farmi dare questo regalo così grande, nonostante la memoria di mio padre stesse sfumando.

La Grande Mela- Qualche giorno dopo partivo per gli Stati Uniti per un corso intensivo alla scuola di Alvin Ailey, il fondatore della prima compagnia di danza per afroamericani, all’indomani dell’ Apartheid e di Martin Luther King. Infiltratomi in un’audizione a cui non avevo i requisiti per partecipare, vinsi una borsa di studio per l’ anno accademico che mi ha poi permesso di restare a New York per studiare la danza moderna Americana. New York mi ha forzato a disfarmi di molti preconcetti e complessi e mi sussurra costantemente nelle orecchie che la vita è ora. Proprio perché è difficile vivere a New York, ci si deve chiedere perché lo si fa. Io lo faccio perché è un alveare di storie così diverse tra di loro che arrivano da tutto il mondo. Perché è una possibilità unica di osservare la vita. Storie di gente che rischia per cambiare qualcosa nella propria esistenza. Rischio che può sfociare in esaltazione o in qualcosa di buono. New York è una città dove la gente arriva per cercare di vivere e lo fa ad un prezzo altissimo. Quello di abitare in tuguri, di essere praticamente sempre povero, di ingoiare umiliazione, di non avere privacy, dover condividere persino un letto a causa dei costi altissimi degli affitti, di essere lontano dai cari, di mangiare male, dellasolitudine e soprattutto di dormire troppo poco. A New York è facile perdersi. È facile essere abbagliati dalla luce di una libertà che a volte è solo un’ illusione. New York non è come spesso la si immagina: è molto popolare, è verace, è anche povera.

Finiti gli studi all’ Alvin Ailey ho ottenuto un permesso di soggiorno temporaneo e finalmente ho cominciato a lavorare per vari coreografi. Ho ripreso a lavorare come modello per pittori e fotografi e lavoro in un teatro-centro danza come staff (3 lavori sono la media a New York). Mi alleno tutti i giorni: il lavoro del danzatore non finisce mai, neanche quando sei “disoccupato”. Devi allenarti, e vuoi farlo, altrimenti non puoi fare audizioni, quindi non puoi lavorare. Ma se non lavori per una compagnia, gli allenamenti li devi pagare tu stesso. E costano. E’ un paradosso: devi pagare per fare il tuo lavoro. Ma nessuno si sogna di lasciare, perché quello che ti dà una disciplina come la danza in cambio, è enorme. Il suo potenziale è atomico. Questa è la cosiddetta ‘gavetta’ che si deve fare e che, purtroppo, in Italia non mi sarebbe stato possibile fare. Siamo tanti a scappare da casa prima che sia troppo tardi. L’ arte è pressoché immobile in Italia, almeno da quando io ho cominciato ad occuparmene. Il bello di New York è che è così dinamica che se ti svegli la mattina e decidi di cambiare la tua vita, impegnandoti, ce la fai. E poi, alla fine, i newyorkesi ti aiutano perché ci sono passati anche loro.

Questo è il mio quotidiano, ad oggi. Nei miei lunghi viaggi in metropolitana leggo e continuo a studiare lingue. Ad oggi, ne parlo otto. Ed ovviamente, osservo la gente. Ce n’ è talmente tanta. Talmente tanta… che penso a quanto sono piccolo. Il mio desiderio più immediato è quello di lavorare per una compagnia di danza a tempo pieno. Nel frattempo voglio continuare gli studi. Negli U.S.A. non è facile, l’ istruzione costa cifre esorbitanti, dunque sono alla ricerca di una borsa di studio. Vorrei tornare a studiare recitazione. Vorrei effettuare gli studi mediorientali. Vorrei imparare l’ arte della ripresa e della telecamera. Mi piace usare al meglio il mio tempo perché le giornate sono di 24 ore e gli anni passano. Ad inizio gennaio comincerò a lavorare a NY alla creazione di un nuovo spettacolo che andrà in scena a febbraio. Il coreografo è un giovane emergente italiano, Carmine Caruso. Che gioia!

Intanto vi lascio la mia Lettera dalla Realtà,
Salvatore Cataldo

a cura di Silvio Laccetti

3 thoughts on “Salvatore Cataldo e le cronache di un danzatore”

  1. …Sasi, c’è bisogno che ti dica quale reazione ha provocato in me la tua lettera?…
    Vai ragazzo, vola sempre più in alto! Il tuo talento ti accompagnerà sempre, in una continua crescita artistica.

  2. Una sola parola Sasi…..U N I C O!
    Onorata di averti avuto nel ruolo di Marcus Antonius nel mio spettacolo “Caesar et Marcus Antonius”. Il tuo splendore è ancora impresso nei miei occhi!!!!!
    Mony

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