Professione scrittore, un viaggio nei romanzi di Gino Pitaro

Quando rifletto sulla scrittura penso che sia il modo migliore che ho di stare al mondo, l’anello di congiunzione tra me e tutto ciò che mi circonda, la maniera più autentica che ho per offrire la mia dimensione interiore e visione della realtà. Da sempre ho osservato che c’è qualcosa che la comunicazione e la socialità non riempiono in nessun modo, al di là del piacere che ho di stare in mezzo alla gente, di vivere, relazionarmi, cose importantissime, necessarie. Per ‘essere’ pienamente avevo bisogno di scrivere, di raccontare delle storie. Senza la scrittura nella mia essenza sarei un po’ di meno di ciò che sono. E’ anche vero che senza la vita vissuta, il contatto, non potrei scrivere di nulla, ma non è che occorra andare a cercare occasioni più di tanto. Se si è scrittori è destino che nella propria esistenza accadranno avvenimenti o si sarà testimoni di tante circostanze, oltre ogni previsione. Del resto i due grandi motori dell’agire, anche e soprattutto in direzione creativa, sono l’amore e la sofferenza, nel senso più ampio e vario dei termini. C’è anche l’ego, che però va compreso, dominato, ridotto a un suo ruolo subalterno. Mi chiamo Gino Pitaro e sono uno scrittore, redattore ed editor.

La letteratura chiaramente è entrata nella mia quotidianità come studente, anche all’università, poi però non è che scrivessi e leggessi molto al di là degli impegni accademici. La scrittura e la letteratura sono venuti prepotentemente a bussare alla mia porta agli inizi del nuovo millennio, quando avevo compiuto trent’ anni. Inizio quindi anche a scrivere per alcuni magazine, sia cartacei che online e ad avere alcune esperienze editoriali e di redazione. Intanto lavoravo con una società che si occupa di spedizioni internazionali e nei momenti di pausa leggevo. In questa circostanza compresi che i libri sono considerati spesso merce pericolosa nel mondo e anche in ufficio: veicolano idee, pensieri, storie, suggeriscono nuovi percorsi. Cominciai quindi ad amare i libri ancora di più. Una persona che legge viene considerata tendenzialmente poco controllabile, perché capace di attivare percorsi intellettuali ed emotivi propri. Farsi vedere amante della lettura in situazioni aziendali, portatrici di una filosofia e di obiettivi precisi, indispone superiori e colleghi, al di là della propria efficienza e della capacità di armonizzare. E’ pure questo un indice di una società chiusa e asfittica, che nei vari settori avrebbe bisogno di uscire da alcuni schemi vetusti, oltre che forza e sostegno.

‘I giorni dei giovani leoni’ il primo romanzo di Gino Pitaro

Perchè scrivo- Penso che narrare sia un archetipo dell’uomo, noi siamo in virtù di elementi che derivano dalla nostra esperienza e dalle caratteristiche innate che possediamo. La nostra identità si nutre anche della lettura. Non possiamo essere ovunque e aver fatto esperienza di tutto, ma la letteratura ci fa entrare in vite e mondi sconosciuti, lontani o vicini rispetto al nostro ambiente. Leggere significa appropriarsi del mondo, ma non è secondario proprio il piacere della narrazione, la curiosità umana che nasce dallo sviluppo di una vicenda. E’ come quando un amico ti racconta una storia o ci si fa artefici della scoperta di determinati eventi. Viviamo di narrazioni. La stessa nostra giornata è una cronologia di eventi, a volte estremamente ricchi, positivi, problematici o stimolanti, altre volte invece procede su binari consueti, scarni, ma se osserviamo da un’angolazione complessiva, scopriamo che potremmo avere tanto da narrare, almeno allo stato potenziale. Per narrare nel mondo dell’editoria occorre che si conosca bene il mondo nel quale ci si immerge, che faccia parte della nostra vita, senza necessariamente cadere sull’autobiografismo spiccio. In un certo senso tutto però è biografia. Se una storia la si sente vuol dire che rappresenta in senso metaforico e profondo il nostro mondo o ne esprime delle diramazioni e inferenze. Inoltre letteratura è anche saggistica e poesia. Editoria è anche fumetto, fotografia e molto altro. Adoperarsi nella scrittura può rappresentare tante cose: necessità espressiva, terapia, coscienza di sé. La forza della parola scritta è potente, sia se la leggiamo che se la trasmettiamo.

‘Babelfish’ il secondo romanzo di Gino Pitaro

Ho esordito nel 2011 con ‘I giorni dei giovani leoni’, un romanzo di formazione giovanile, ambientato soprattutto a Bologna, dove ho trascorso parte degli anni ’90. Un libro che parla di quel periodo, di certi contesti, del dramma delle corse clandestine in auto, ma anche di amore e morte. Successivamente ho pubblicato con la Ensemble un testo di racconti, ‘Babelfish – racconti dall’ Era dell’Acquario. Un libro che ha come tema la mondialità, varie dimensioni esistenziali che però sono accomunate da un unico modo di sentire dei protagonisti, i quali però vivono episodi di vita o vanno incontro a destini differenti. I racconti si svolgono vicino Pamplona, poi Ginevra, Londra, Roma, Singapore e in Costa Azzurra. In realtà ce ne sarebbe uno inedito ambientato in Afghanistan. Rappresentano una dimensione che ho vissuto lungamente, quella di sentirmi cittadino del mondo perso fra fusi orari, dove ogni giorno era una festa e al contempo nessuno, perché ogni paese ha le sue tradizioni, le sue stagioni, il suo ‘indipendence day’. Poi sono ritornato a Roma ambientando una storia di periferia, riprendendo alcuni temi del mio primo romanzo. Diciamo che se il protagonista del mio primo libro era un venticinquenne, qui ci troviamo spostati di dieci anni in avanti, tuttavia penso che il periodo che va dall’infanzia ai quarant’anni sia per chi scrive una fucina di ispirazioni, senza nulla togliere agli anni successivi.

Benzine- E’ appunto un romanzo che si svolge nella periferia nordest e nei centri adiacenti a questo lembo di Roma, che contribuiscono a formare la nuova città metropolitana. La storia si dipana sia in ambiente accademico che nelle zone del protagonista. Ha a che fare con una variegata fauna metropolitana, nella quale risalta la comitiva del personaggio principale. La quotidianità si intreccia con episodi più o meno importanti, ironici, rivelatori della vita di una certa fetta della capitale. Accade però una scomparsa misteriosa che mobiliterà il protagonista alla ricerca della verità, fino a che le maschere saranno calate, quindi ogni cosa assumerà una luce diversa, facendo da viatico a un nuovo futuro. Un libro realista, che affronta temi e situazioni che conosco bene, come deve sempre essere. Mi fa piacere che questo romanzo sia finito sui tavoli di municipi e amministrazioni locali. La forza della letteratura è anche questa, mentre nella politica chi vi si adopera deve far conti con il linguaggio del potere temporale, dove anche in dossier scontano una visione parziale, la letteratura può restituire un quadro altrimenti non sempre conoscibile, e quindi essere da stimolo, nel vero senso del termine. Lo scrittore non ha interessi a sedersi su una poltrona di un consiglio, o almeno non scrive un romanzo per questo.

Le possibilità oggi per uno scrittore- Innanzitutto oggi con il selfpublishing questa possibilità si è resa massiva, poi bisogna vedere se il libro ha una sua ragione editoriale. Ricordiamo che selfpublishing non significa di per sé solo pubblicare, ovvero rendere pubblico ciò che si è scritto, ma curare tutti i processi editoriali, quindi non è detto che sia un buon affare per chi sceglie questa via un po’ autoreferenziale: editing, ufficio stampa, cura del tutto spesso richiedono competenze varie e se ci si adopera in proprio si finisce per vivere buona parte della giornata intorno alla propria pubblicazione, almeno nei casi in cui si voglia gestire in modo ottimale tutto. Il selfpublisher si sostituisce per intero ai processi editoriali, quindi investe sul suo libro. Ritengo in questo che la forza e l’importanza delle piccole o delle grandi case editrici sia importante. Un libro non è una stampa ma il concorso di forze che ne determina la sua proposta editoriale e la sua riuscita. Appartiene a tutti coloro che ne fanno parte: all’editore in quanto imprenditore culturale, allo scrittore in qualità di artista, all’ufficio stampa nella dimensione della promozione, all’editor attraverso quel primigenio sguardo esterno che ne trovi le eventuali debolezze o errori senza sovrapporsi all’autore. I re e le regine sono rispettivamente i lettori: i libri appartengono soprattutto a loro, a tutti noi perché chi scrive è anche un lettore forte.

Le difficoltà- Quella del mondo editoriale è una falsa crisi, perché ci sono tante realtà non monitorate ai fini statistici. E’ un mondo in trasformazione, dove però esistono grandi possibilità, per esempio l’essere tradotti in Cina, un paese che ha una certa fame di apertura culturale e un potenziale enorme di lettori. La letteratura cresce in tutti i paesi emergenti. In Italia si dovrebbe leggere un po’ di più, ma non siamo messi così male. In termine personali, cioè l’essere scrittori, tutto poi deve venire anche un po’ da sé, ovvero si deve di volta in volta scoprire se ciò che si scrive apre una breccia nel cuore e nella mente dei lettori, che è anche interscambio. E’ poi percorrendo questa strada polverosa e ricca di misteri che incontri chi ti dà delle conferme e ti dice cosa eventualmente devi correggere o ti offre indicazioni sulla mappa. Una strada di santi e briganti, condottieri, idealisti, filibustieri, ottimi mercanti ma anche truffatori. E’ un romanzo d’avventura anche questo.

Il prossimo libro- Intanto sto anche svolgendo parzialmente l’attività di editor. Si, ho scritto un nuovo romanzo, ma mi prendo del tempo per rivederlo un po’, quindi cercherò la strada migliore per esso, o meglio, tante volte sono proprio i manoscritti a cercare la via giusta per loro, bisogna solo coadiuvarli, perché se rimangono nel cassetto ovviamente non si muovono da soli, però poi messi in gioco possono attivare percorsi sorprendenti, lavorare nella mente e nell’animo di chi li legge. Ciò vale anche per tutto ciò che si è pubblicato. I libri contribuiscono a costruire il nostro immaginario, la nostra visione della realtà. Modificandosi questa il mondo dell’esperienza risponde in modo differente, più ricco. Siamo ciò che pensiamo, e ciò che pensiamo dipende da come coltiviamo noi stessi. La letteratura è un ottimo mezzo a tal fine, fuori dal contesto dell’esibire una qualsiasi erudizione, perché il libro ha anche un falso valore, quello dell’ostentazione di una cultura, il poter dire di aver letto questo o quel libro come esibizione di uno stato sociale.

Aspettando il prossimo libro,
ecco la mia lettera dalla realtà
Gino Pitaro

a cura di Silvio Laccetti

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