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Gli italiani e il volontariato: numeri e motivazioni

Se si dovesse fare un identikit dell’italiano tipo impegnato in attività di volontariato, sarebbe un uomo di età compresa tra i 55-64 anni. Queste sono le caratteristiche del 16 per cento dei 6,63 milioni di volontari italiani impegnati nel 2013. Secondo i dati resi pubblici il 23 luglio 2014 dall’ISTAT, l’Istituto nazionale di Statistica, un italiano su otto ha svolto “attività gratuite a beneficio di altri”.

La prima rilevazione nazionale in linea con gli standard delle ricerche europee, rende noto inoltre che 4 milioni di italiani hanno prestato servizio all’interno di organizzazioni quali associazioni, comitati, movimenti o gruppi informali. I restanti si sono impegnati direttamente in prima persona. Quasi un volontario su 5 è considerato “benestante”, uno su 4 inoltre è laureato.

L’età con la più alta percentuale di volontari è quella compresa tra 55 e 64 anni (15,9%). L’impegno si riduce nelle fasce estreme: al 10 per cento tra i giovani di età 14-24 e al 6 per cento tra gli anziani con più di 75 anni. Mediamente ogni volontario è occupato 19 ore al mese con picchi significativi di circa 25 ore in Friuli Venezia Giulia e Piemonte. Un impegno minore si riscontra in Campania e Sicilia, regioni che segnano i minimi a livello nazionale.

Le attività più diffuse dei volontari che si impegnano individualmente sono la cura dei bambini, anziani, malati e la ristorazione. Quelle del volontariato organizzato sono attività più tecniche: servizi sociali, lavoro in attività turistiche e ricettive, impegno nelle attività sportive e negli ospedali.

Quali sono le motivazioni dei volontari e cosa cambia nella vita di una persona dopo che si impegna al servizio degli altri? Un volontario su venti ritiene che la sua esperienza gli abbia portato più svantaggi che vantaggi. La metà dice di sentirsi “meglio con sé stesso”. Il 41 per cento “ha allargato la sua rete di rapporti sociali” e il 28 per cento ha cambiato il suo modo di vedere le cose.

a cura di Tommaso Gavi

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