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Erasmus, attentati di Bruxelles e incidente spagnolo: CercatorediFavole si racconta

In Erasmus c’è più solitudine. Ci sono più persone da conoscere, più gente in giro, ma più solitudine. A onor del vero è un dato di fatto che accomuna qualsiasi situazione in cui è previsto l’abbandono del nido e del caldo focolare familiare. Ti ritrovi in un contesto estraneo, in una casa che non è la tua, su una terra che non è quella che calpesti tutti i giorni, con volti attorno a te che non riconosci; non sono i soliti visi sul treno del mattino che consideravi un po’ dei vecchi amici. Quando torni nella tua stanza sei tu e basta, insieme a tutto il caos di una mente ordinata che conosce se stessa. O almeno questo è ciò che credevi. Un’esperienza del genere crea nuovi percorsi di crescita e il cambiamento rappresenta sempre il motore dell’evoluzione. Perciò c’è un pezzo in più da conoscere e da capire, qualcosa in più da mettere a posto nella tua testa. I mesi lontano da casa sono una grande prova di tenacia e determinazione in cui impari a metterti in gioco e a scoprire nuovi limiti senza un airbag che ti protegga contro gli urti. Sei da solo contro te stesso, senza stati cuscinetto a filtrare le piccole grandi sfide quotidiane. Studiare all’estero unisce l’utile al dilettevole in quanto ti fornisce l’impressione di poter viaggiare e di sfruttare al meglio il tempo libero mentre intanto rimani in carreggiata con gli studi. L’Erasmus è una possibilità, se coglierla o meno in tutti i suoi aspetti, in maniera seria e responsabile, è frutto delle scelte dettate dal tipo di persona che si trova ad affrontare tale percorso. Il progetto di mobilità europea ha numerosi vanti e gli studenti lo accolgono con enorme entusiasmo: non si scherza quando si dice che ti cambia la vita. Lo fa eccome. Perché ti mette di fronte ad uno specchio. Poi di fronte ad una parete da scalare, e infine ti regala un’identità più completa. Oserei dire che ti rende una persona migliore. Sicuramente più open-minded. Lo spirito europeista è uno degli aspetti che maggiormente apprezzi durante la permanenza in un altro paese. Banalmente, integrare i propri orizzonti con i punti di vista offerti da altre culture produce un panorama mozzafiato, allarga le menti a dismisura e ci fa avvicinare di più a Socrate, cittadino del mondo. Ci rende tutti un po’ più vicini. Ci rende più umani.

10_OKÈ un’esperienza in cui anche dal negativo può essere tratto un insegnamento essenziale, di modo che il bilancio finale risulti comunque positivo. Non importa quante volte sei caduto e nemmeno a che punto sei arrivato: il fatto stesso di aver imparato e di imparare a rialzarti con le tue forze ti rende comunque un vincente. In un certo senso l’Erasmus è rivestito di un’aura di sacralità il cui valore affonda le radici nell’esplosiva gioventù che ne costituisce la linfa vitale. Senza giovani non ci sarebbe Erasmus: esso fa parte dell’oceano di innumerevoli possibilità che la vita offre a chi diventa adulto e strappa a chi invecchia. Perciò quando accade qualcosa di brutto, l’eco di risonanza mediatica è amplificato all’ennesima potenza. Lo è anche l’impatto emotivo che la notizia provoca sulle coscienze. Perché qualcosa di brutto è accaduto a dei ragazzi, aristotelica energia potenziale in grado di diventare atto, a dei giovani in procinto di diventare adulti, nel bel mezzo di un’esperienza di vita. A degli studenti come te appena uscito dal liceo, o te che stai leggendo e che tra poco ti laurei, o te che sei in Erasmus come me.

L’incidente in autobus in Spagna è stato amaro da digerire. Non pensi che queste cose possano accadere, sono talmente improbabili che la mente non ne partorisce nemmeno l’idea: ci sono degli studenti Erasmus che fanno una gita fuori, si godono la vita, il sole e l’aria fresca, cosa mai può accadere di male? La giovinezza è il baluardo dell’incolumità fisica e mentale, c’è talmente tanta energia che i ragazzi sembrano immuni da malattia, ferite, dolore, morte. E invece si muore. Per cause ancora non identificate, per un colpo di sonno, per un’esplosione, per una svista, per una malattia, per un incidente, si muore. La morte non fa sconti e non guarda in faccia a nessuno, e soprattutto non premedita mai il momento della fine. La fine arriva e basta, nessuno sapeva, nessuno se lo immaginava, nessuno se lo aspettava, nessuno se ne può capacitare.

11_OKQuella mattina ero distrattamente e casualmente collegato ad un social network, e ormai si sa che le notizie viaggiano alla velocità della luce anche grazie a questi nuovi mezzi di comunicazione (basti pensare che proprio le maggiori testate giornalistiche hanno un profilo ufficiale sui principali social network conosciuti). Quando, dopo uno scroll con il pollice, la notizia è spuntata dal nulla sullo schermo del cellulare, mi si è gelato il sangue nelle vene. La mia annata è l’annata dei boom: il boom di iscrizioni a certe facoltà universitarie, il boom di acquisti di smartphone e oggetti tecnologici, il boom dei licei, il boom degli atti di bullismo, il boom delle richieste di partenza Erasmus, e tanti altri per un lungo elenco di suoni onomatopeici di esplosione. Non è difficile quindi ritrovarsi con conoscenti o compagni di corso in giro per altri stati dell’Europa, impegnati con i rispettivi Erasmus. Mentre il cuore batteva all’impazzata ho scritto su Whatsapp a questi miei compagni e ho atteso con trepidazione una risposta (vi dico solo che una ragazza aveva registrato l’ultimo accesso il giorno prima, ergo non apriva l’applicazione da un giorno, ergo questa cosa è anormale perché tutti controlliamo Whatsapp almeno una volta al giorno, ergo potete immaginare la mia ulteriore dose di ansia). Alla fine ho ricevuto un messaggio: stavano tutti bene, scossi ma bene, erano sul pullman dietro quello coinvolto dall’incidente, avevano assistito a tutta la scena. È arrivato il sollievo, poi una nuova morsa di tristezza: anche se non le conoscevo, delle persone erano in ogni caso morte. Avrei potuto esserci io su quell’autobus e avresti potuto esserci tu. Di associazioni e di network studenteschi ce ne sono in ogni Paese, di mini-viaggi e gite se ne organizzano a bizzeffe, sarebbe potuto succedere anche qui ad Anversa, in qualsiasi momento. Mi sono sentito vulnerabile, ho sempre ritenuto la morte un evento remoto e distante che colpisce piuttosto individui di età avanzata e ogni tanto per sbaglio anche gli altri. Invece… sei su un pullman che all’improvviso si rovescia e tutto si sgretola. Nessuno studente è tornato a casa in anticipo dopo quest’evento. Siamo rimasti. Continueremo il nostro Erasmus, lo completeremo, e un pezzetto apparterrà anche alle vite spezzate troppo presto da questa tragedia. Saranno lì con noi durante l’ultimo giorno e partiranno con noi per tornare nella home country, i bagagli appesantiti dai ricordi e la schiena incurvata da un po’ di mesi accumulati sulle spalle. E per favore, non mandate messaggi mentre siete alla guida e non mettetevi in macchina se vi sentite stanchi e assonnati. Maledizione.

12_OKCi sono poi episodi volti a frantumare quello spirito europeista promosso dalla mobilità ai fini di studio, episodi che tentano di distruggere quella coscienza internazionale in formazione. Pochi giorni dopo l’incidente spagnolo, è arrivata un’altra terribile notizia a sconquassare gli animi, questa volta in terra belga: lo Stato che ormai posso reputare un po’ la mia seconda casa. Ogni studente finisce per avvertire il paese ospitante come parte della sua patria. L’Erasmus, sinonimo di libertà, di fratellanza e di crescita, sembra macchiarsi di una nuova ombra. Di nuovo la notizia ha viaggiato alla velocità della luce tramite social network (ci faccia riflettere il loro ruolo nelle nostre vite, ormai “succubi” dei surrogati virtuali) ed è arrivata su una conversazione di gruppo in cui è bastato un “Oh ragazzi ma avete sentito cos’è successo?” per destare una curiosità sospettosa e far risuonare un campanello d’allarme. Pochi secondi dopo gli aggiornamenti della diretta: un attentato terroristico a Bruxelles, distante una quarantina di minuti di treno. Bombe in aeroporto e in metropolitana, decine di morti e decine di feriti. Di nuovo la sensazione di vulnerabilità, ma stavolta più forte, il nemico ha aperto una breccia nella fortezza. È il 22 marzo, tanti studenti, me compreso, hanno progettato di fare ritorno a casa per qualche giorno in vista delle vacanze pasquali e i voli partono dallo stesso aeroporto appena distrutto. Dopo l’attentato è stato tempestivamente chiuso e tutti i voli cancellati, con deviazioni degli arrivi e degli spostamenti nei vicini aeroporti di Charleroi-Bruxelles sud, altri piccoli aeroporti belgi e Schiphol ad Amsterdam, tutti quasi al collasso per l’iperafflusso di passeggeri.

Il governo belga ha istituito il più alto livello d’allerta nazionale, espressione che risuona e rimbalza ovunque. I messaggi e le chiamate di familiari e amici preoccupati si sprecano. Ricevo email dalla presidenza universitaria, messaggi dal governo, leggo comunicati ufficiali, in cui si invita la popolazione ad evitare spostamenti se non strettamente necessari, a stare lontana dai luoghi affollati e a rimanere in casa fino a nuovo aggiornamento.

14_OKEccola la paura, il geniale meccanismo che ci fa rannicchiare dopo un primo colpo per proteggere gli organi vitali dai colpi successivi, se mai ce ne saranno. Io sono uscito lo stesso. La città effettivamente è un po’ più vuota del solito (o è solo una mia impressione dettata dagli eventi?), i militari sono in tutte le strade, vedo un aumento di mitra circolanti. Nessun passante mi guarda in faccia mentre cammino per strada. La stazione è stata evacuata e chiusa. Ogni borsa e zaino sospetto scatena il panico. Ma chi doveva andare al lavoro è andato al lavoro e chi doveva rientrare in casa è rientrato in casa. Non so di quanti mezzi di difesa possiamo usufruire e quante precauzioni possiamo adottare, quel che è certo è che potrebbe capitare in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. E se ti trovi nel posto sbagliato al momento sbagliato, nemmeno Dio ti salverà.

Non so quale sia il rimedio alla minaccia del terrorismo, non so come applicare concretamente il detto “meglio prevenire che curare”. Ancora non ho compreso del tutto l’intricata rete di responsabilità che ha causato questa deriva del mondo moderno. So solo che, giorno dopo giorno, il livello di allerta è sceso e dell’attentato non se n’è più parlato. La popolazione è uscita dall’apnea e ha ricominciato a muovere i polmoni. La stazione è stata riaperta e i collegamenti aeroportuali ripristinati. Il fantasma del terrorismo aleggia ancora ogni tanto per strada, ma uno studente può rifugiarsi nella cultura del rispetto, dell’accoglienza e della tolleranza. Può conoscere per capire e non per distruggere. Può nutrirsi di diversità e arricchirsi di opinioni nuove. Perciò quando cammino in giro mi sforzo sempre di sorridere alle persone che incrociano il mio sguardo. Hanno tutte due occhi, come me.

15_OK Cosa significa per me vivere all’estero in Erasmus, e farlo in questo periodo? Significa ricchezza. Significa dimostrare che l’Europa non è morta, anzi che il mondo è ancora un pianeta e uno soltanto e non si è spaccato in mille corpi diversi scagliati nel vuoto dell’universo, significa che l’umanità è ancora viva… che l’Humanitas non è soltanto un concetto assurdo e astratto millantato da Greci e antichi Romani. Homo sum, humani nihil a me alienum puto. Significa combattere per la filantropia. Esercitarsi all’empatia. Vivere all’estero ora rappresenta un passaggio, una fase evolutiva che da fanciullo sparuto mi sta trasformando in cittadino maturo e consapevole.

L’orizzonte è qualcosa che stabilisci tu dove deve esistere, aiutato dall’esperienza e dalla mentalità costruita grazie a progetti di vita come l’Erasmus. L’anima viene fortificata dalle sfaccettature e dai chiaroscuri dell’interazione con il mondo. Si costruisce un luogo in cui abitare. Questo luogo può essere ovunque. Sì, ovunque. Puoi costruire una casa con qualunque cosa, renderla solida con cemento e mattoni. Ma una casa vera è fatta dalle persone con cui la riempi, viaggio dopo viaggio. E probabilmente non potrai mai renderla indistruttibile… ma quello che si spezza si può ricomporre. Una ferita può guarire. E non importa quante nuvole ci siano. Il sole tornerà a splendere di nuovo.

Volevo dire una cosa, a proposito della guerra dell’ “io contro io”. Della lotta contro se stessi attraverso lo specchio. Ho capito che in fondo non è così.davide modificata 4 Capisco che non sono io contro me stesso. Sono io insieme a me stesso. Con me. La solitudine è semplicemente un preludio alla compagnia. All’essere persona tra persone. Con il cuore un po’ più grande ora. Potrei riconoscermi in mille altri occhi, mille altri volti di gente che cammina per strada, potrei notare un gesto, un suono, un movimento, un dettaglio che abbiamo in comune, potrei capire che ognuno di noi ha qualcosa da mettere sul tavolo. Qualcosa da condividere. E saremmo tutti insieme. Senza bisogno di bombe in metropolitana o in aeroporto.

Un abbraccio dal cuore dell’Europa,
una Lettera dalla Realtà di Davide Lavista, il vostro CercatorediFavole

a cura di Tommaso Gavi

 

1 thought on “Erasmus, attentati di Bruxelles e incidente spagnolo: CercatorediFavole si racconta”

  1. Un articolo davvero stupendo! Pieno di riflessioni acute e pensieri veloci e rapidi come questa vita…
    Fai bene a vivere la tua esperienza con fiducia, e gioia nonostante tutte le possibili nuvole, il sole brilla sempre.
    Un caro saluto

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