#letteredaBarcellona- Capitolo 1: l’arrivo- di Nicola Stivaletta

Non tutto quello che passa per un aeroporto ha il profumo eccitante della partenza. A volte è solo la paura dell’arrivo, di un atterraggio che potrebbe essere turbolento. Quel giorno a Fiumicino non l’avevo immaginato, così come non avevo messo in conto il vuoto allo stomaco della notte prima. Nell’ultimo giorno di agosto, l’ultimo giorno d’estate. Poi svegliarsi, dopo quasi due ore, atterrare e rendersi conto che qui l’estate è ancora viva, che in metro l’aria è irrespirabile e la tua stanchezza non percepisce il peso di quelle due valigie. Ecco il primo momento. Salgo le scale mobili, metto il piede fuori, mi guardo intorno ed ho subito Guadì a regalarmi la prima immagine di questa città. Il pezzo da Passeig de Gracia a Diagonal, fino all’ostello, è breve, se non fosse per quel tratto in salita.

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Check-in, stanza 103. Quell’idea di libertà, di star bene con tutti ed in qualunque posto, come simbolo perfetto di questi ultimi tempi, non si dimostra idilliaca. Sei letti, un solo bagno e poche vite che appena si sfiorano. Ci sono 2 ragazzi americani, di San Francisco, qui per girare l’Europa. Un signore di 60 anni, che sta girando la Spagna zaino in spalla, esce presto al mattino e rientra per cena, con le sue scarpe da trekking. Mi parla di quando, tra due settimane, intraprenderà il cammino di Santiago. Infine un ragazzo francese. Sam ha 27 anni ed è stato un buon compagno di bevute in queste prime sere. “Dos cervezas por favor!“. Parliamo del più e del meno, in quei giorni Charlie Hebdo impazza nel web come una parodia. Ridiamo, scherziamo e dopo la seconda birra il mio inglese appare più fluente. Eppure riconosco in lui qualcosa. Mi guarda spaventato, esattamente come me. È qui per lavoro, non sa cosa l’aspetta lungo queste strade.

letteredabarcellona-iI primi giorni seguono tutti lo stesso copione su questo set che non immaginavo così ostile. Una lingua che non conosci, l’inglese da rinfrescare, il sole battente, la stanchezza sotto i piedi e la ricerca della casa sembra apparire un miraggio. Un buco nello stomaco, infame. Ti viene a cercare ovunque, soprattutto in quella domenica pomeriggio. Sembra quasi fame, in realtà è altro. È mancanza, smarrimento, perdita. E poi arriva sempre la cosa che non ti aspetti. Salta fuori Veronica, una ragazza spagnola, di Barcellona, ma con origini italiane. Si è accorta fin da subito di questo viso spaventato, di un ragazzo a cui inevitabilmente sarebbe servita una bussola. Eccola. Mi ha accolto in casa sua, fidandosi solo di questo, in una domenica sera. Per cena una tortilla di patate, un prosciutto spagnolo ed una buona dose di positività dettata da una signora spagnola dai capelli biondi.

Finchè sarai negativo, non risolverai i tuoi problemi”. Qualche giorno ed ecco le chiavi. Ronda de Sant Antoni, 58. È al limite del Raval che inizia questo periodo di vita, a pochi giorni dal Welcome Day, l’8 settembre. I professori sono curiosi quel giorno. Ci guardano, ci scrutano uno alla volta domandandoci nome e paese di provenienza. Una di loro racconta della sua prima esperienza fuori, a New York, di quella sera in cui tornando a casa fu spaventata da un uomo che in realtà abitava nel suo stesso palazzo. Ha gli occhi di una madre, che guardando i nostri, mette subito insieme i pezzi di questo puzzle. Ci sono dei portoghesi, una brasiliana, due uruguaiani, americani, italiani come me e molto altro. I giorni passano in fretta quando vuoi e sembrano interminabili in quelle tremende giornate no, quando quel nodo in gola torna su. È solo la cronaca di questi primi giorni, di una fase di rodaggio che volge quasi al termine, come l’estate. Oggi va via la prima di tre stagioni che accompagnerà il mio periodo qui.

È autunno.
Qui c’è la Mercé, Barcellona è vestita a festa per quattro giorni.
È tempo di sorridere. Inizia l’Erasmus.
22/09/2016

Nicola Stivaletta

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