#letteredaBarcellona- Capitolo 2: dove eravamo rimasti?- di Nicola Stivaletta

Dove eravamo rimasti? [LEGGI il PRIMO CAPITOLO] Ah, ecco! In un noioso giovedì pomeriggio, sulla scrivania della tua stanza, hai solo bisogno di una voce amica, solo una chiamata su Skype può salvarti da quel momento di forte malinconia. Ed eccola che arriva, puntuale come non mai, come qualsiasi delle cose più imprevedibili che accadono di giovedì pomeriggio. Quella chiamata partita da un semplice “come stai?” si trasforma in un inaspettato “ci vediamo domani!”. È di questo che avevo perso conoscenza non riconoscendone più il colore. L’entusiasmo è il più bel sentimento. La mia amica il giorno seguente è qui. Ma io e lei non siamo soli in mezzo a tutta questa gente; al Forum c’è posto per sessantamila persone. La merce ospita qualcuno che qui è di casa ed una canzone recita così:“Te mercé Bibi Malena/ Te mercé perro chaval/ Te mercé la policia/ Te mercé Abdu Lila/ Rambla pa’qui Rambla pa’lla/ Esa la Rumba de Barcelona”.

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Manu Chao porta avanti tre ore di concerto con un ritmo incredibile che quasi fatichi a stargli dietro. Le canzoni appaiono sempre le stesse ma cosa importa in mezzo a tutta quelle gente. In un posto come questo è solo la musica che conta, il collante di un mondo che in un solo momento non conosce bandiere ma solo un forte vento che travolge tutti. Forse è questo il primo assaggio di libertà, la prima boccata d’aria a pieni polmoni. La vita riprende, Manu Chao porta via un po’ di malinconia. Ed ecco che lo spagnolo diventa meno ostile e questa lingua non appare più come un nemico dal volto coperto. Le strade di questa città a volte mostrano degli scorci imprevedibili, a cui qualche settimana fa non avrei mai fatto nemmeno caso.

14797433_675834949250460_508728093_nIn fondo qui, come un po’ ovunque, la vita è come te la fai. Ed allora è il suono forte e leggero del Jazz suonato nel parco di Poblenou e le cose preziose di un mercatino vintage che, di domenica pomeriggio, offre tutto ad uno euro quegli oggetti che ancora una volta passano di mano in mano cominciando una nuova vita. Ma Erasmus è anche l’attesa di un amore, che sta in equilibrio su un filo di spago come fosse il migliore degli acrobati, che attraversa mezza Europa con la leggerezza di un bambino che non ha molte cose da mettere in valigia, ma solo la sua dose di buon umore. Gioca con Barcellona, forse ordina una birra di troppo ma trova sempre quella certezza, quell’idea di casa. È tutto quello che capita quando ti accorgi che sono le persone a fare i luoghi. Ed in quel caso la musica suona ancora più forte.  Poi quei giorni passano in fretta ed allora comincia un altro conto alla rovescia, l’ennesimo.  Nell’aria si avverte quella tristezza, lasciata da quel vuoto, che per qualche giorno è condita dalla pioggia di Barcellona.

Di nuovo tutto appare così normale, così mediocre. Poi un venerdì sera esci da solo, nel cuore del Raval, quando tutti14797333_675834622583826_1215417301_n gli altri sembrano avere altri impegni, che debbano fare dell’altro. Ed è qui che ancora una volta la vita torna a sorprenderti come solo lei sa fare. Sono ad ascoltare un monologo. Parla della perdita delle cose, delle chiavi di casa, dell’amore, di un libro. Parla delle cose che si perdono sotto la pioggia. Forse avevo perso di nuovo l’entusiasmo, ma ecco che conosco un ragazzo, scambiamo dei commenti sullo spettacolo e decidiamo di farci una birra. Ma poi si sa, le birre sono come le ciliegie, una tira l’altra. Ed il giorno seguente è stato fantastico raccontare di questo sul tetto più bello di Barcellona. Siamo in cinque affacciati lì su, al Bunker, a cercare di capire cosa c’è oltre il mare, oltre quell’orizzonte tutto blu.

È proprio vero… La vida es un tambola!
P.s. stasera sono a cena da Ines, Dani e Rita… si mangia brasiliano!

La prossima volta ripartiamo da qui.
22/10/2016

di Nicola Stivaletta

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