‘I giorni dei giovani leoni’, ‘Babelfish’ e ‘Benzine’

Parlare con uno scrittore è un’esperienza sempre entusiasmante. Non so se vi sia capitato spesso ma ascoltare e comprendere come nasce l’ispirazione per un libro, come e in che modo prosegue lo sviluppo dei personaggi e dove si è voluti arrivare è molto interessante. Con Gino Pitaro abbiamo parlato di moltissime  cose e nella sua lettera, da buon scrittore, ci ha raccontato tanti aspetti della sua vita. Oggi vi proponiamo alcuni passaggi dei suoi tre libri: ‘I giorni dei giovani leoni’, ‘Babelfish’ e ‘Benzine’ consigliandovene la lettura.

Incipit de ‘I giorni dei giovani leoni’ (Arduino Sacco, 2011) (ordina questo libro)

‘I giorni dei giovani leoni’ il primo romanzo di Gino Pitaro

“Alcuni ricordi infantili, apparentemente trascurabili, si affacciavano in modo curioso nella memoria di Mario, e più spesso tre episodi: i fichi che smise di mangiare perché per qualche strano motivo gli ricordavano un grumo di vermi; il vino che all’improvviso cessò di bere per diversi anni, quando già ne sorseggiava ogni tanto due dita, e che per una sconosciuta e bizzarra ragione si impose di non assaggiare più. Rammentava anche un formaggio con una crosta fatta di una paraffina colorata di azzurrino, ricoperta da un’etichetta vivace, che stava sopra una credenza avvolta da una luce giallognola; sembrava quella filtrante attraverso i bicchieri dove vi era versato un certo amaro alcolico, che faceva capolino tra i tavoli di alcuni bar della cittadina calabrese dov’era nato, quelli meno alla moda e frequentati da anziani o da gente più legata al ceto popolare.

Ricordava anche di pomeriggi uggiosi, ma illuminati da una luce vivace, quella del sud Italia nelle giornate di aprile, che si insinuava da una strana cucina con delle finestre alte che si aprivano e chiudevano con una pertica, e Mario si sorprendeva ad alzare lo sguardo mentre faceva i compiti, quasi come in un risveglio, e scopriva con la meraviglia di chi si ritrova nel mondo dopo un sonno profondo, che era l’ora dei manga giapponesi in TV, mentre una riflettente carta da parati ravvivava l’espressione dei suoi occhi prima assorti” (ordina questo libro).

‘Babelfish’ il secondo romanzo di Gino Pitaro

Estratto da ‘Babelfish – racconti dall’Era dell’Acquario’ (Ensemble 2013) Dal racconto ‘Sakura’ (ordina questo libro)
“Fece il check-in un’ora prima dell’imbarco. Fu prima di passare dal gate che vide Sakura attraverso la vetrata che separava l’accesso passeggeri dalla grande area pubblica del terminal centrale. Aveva una mano sul vetro, come una bambina curiosa. Sakura con i capelli lisci e corti, una nuova messa in piega, l’adorabile impulso delle donne a segnare un cambiamento della vita, effettivo o auspicato, tramite un segno esteriore. Sakura e i suoi occhi profondi, che si fecero dolci di una malinconia immensa, sconfinante nella coscienza dell’ineluttabilità del destino. Sakura con gli occhi gravidi di lacrime, che però non ne versavano neanche una. I loro sguardi si incrociarono per un istante, eterno.

Oggi, quando la pioggia lo rinchiude nei suoi pensieri, Ivan si accosta sempre alle grandi finestre del suo ufficio e Sakura emerge dalle gocce che lente scorrono lungo il vetro. Seduto su un molo della sua città guarda il tramonto in inverno. Dentro un mare gelido che però gli riscalda il cuore, sa che Sakura c’è e sa anche che ciò che gli incendia le guance non è il rosso della scia luminosa del sole. Un ponte oltre i confini del tempo e dello spazio lega ciò che fu a ciò che è, poiché spesso un evento passato genera un piccolo e curato giardino in noi; altre volte invece produce solo deserti o sterpaglie. E talora nel buio di una stanza, un istante prima di accendere la luce, Sakura illumina la sua mente e Ivan ha la certezza che anche lei ne sia cosciente, come quando affiora all’improvviso nel mistero di un bosco all’imbrunire. Sakura. Saki” (ordina questo libro).

Estratto da ‘Benzine’ (Ensemble 2015) (ordina questo libro)
“Quando scendiamo a Bagni, il nomade russo attraversa i binari e si inoltra nell’oscurità. Va in qualche garage affittato a prezzo equo e solidale, o in una delle favelas di palazzopoli multietniche di valle Aniene; con le icone che porta come due attrezzi di lavoro, domani sarà un altro giorno. Ci sono zingari e immigrati, poi, che sono accampati lungo la ferrovia. Non lontano hanno addobbato l’ingresso al campo con tutti i residui di manifestazioni sindacali e ornamenti consumistici, per cui si vedono pannelli plastificati tipo «I Saggi Ortaggi augurano Buon Natale» e bandiere della CGIL delle ferrovie aggiustate come se fossero festoni, poi, similmente a una sorta di mostra, sono attaccati lungo il perimetro abitato rivestimenti pubblicitari del supermercato: «Caffè Nembo, 3×2 a 3.99euro», «Con la Cartacheap 100 prodotti al 50%fino al 15 febbraio», «Cozze fresche a 2euro al chilo, solo da SpesaMia». Gli zingari scacciati dai campi delle zone di periferia, colonizzano macchie verdi, risorgono in lotti non urbanizzati o in casolari concessi; vanno nelle riserve, si accampano come degli indiani scomposti, attratti da macchine e cellulari, vivendo spesso di espedienti. Sono forse loro il nostro specchio grottesco? Una nemesi? Gli zingari, i miei zingari, che illuminano la notte coi loro fuochi pestilenziali. Tingono di rosso gli occhi ipnotici di una vecchia sciamana. Lei canta una nenia misteriosa, rende i gatti dionisiaci, agita il loro spirito ctonio. Come novelli figli di Vulcano i nomadi traggono i loro ferri  – per essi così preziosi – bruciando carcasse e rifiuti di ogni sorta, e il fumo si mischia all’odore di zolfo secco delle Acque Albule, che a quest’ora riempie l’aria nella quiete stanca di chi torna a casa. Più lontano però, sempre di più, perché se l’olfatto non sente la protesta si dissolve. I miei zingari, che pescano tesori inconoscibili dai cassonetti degli “uomini civili”, tenendo salde con le mani le gambe di un bimbo che vi fruga dentro, poi repentini si allontanano, apache notturni in bicicletta. Ancora loro, che scendono alla stazione Prenestina, perché fratelli di Caco, figlio anch’egli di Vulcano e fondatore di Preneste, portando via nell’oscurità tombini di ogni sorta, lungo le solitarie vie della stazione. Qui sta l’unica differenza tra noi e loro; noi ci svegliamo la mattina come pendolari stanchi, tra le bestemmie di un automobilista che ha rotto il semiasse dell’auto, con la ruota affondata nella spoglia buca, e uno zingaro si alza allegro, cappello alla Blues Brothers, usando il cellulare come una radio, riascoltando all’infinito i soliti brani della suoneria. Anche questa è Roma e io la amo. E amo il mio quotidiano western tiburtino” (ordina questo libro).

a cura di Silvio Laccetti

 

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