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Vivere all’estero: conoscere per conoscersi

“Bisogna ritornare sui passi già dati per ripeterli. E per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio, sempre”.

Herman Hesse, Siddhartha

Non è una scelta facile. Quella che divide paura e coraggio è una linea sottile su cui difficilmente si è in equilibrio. Sono scelte immediate, irrazionali, che il più delle volte si prendono con la pancia e non con la mente. L’imbocco di un nuovo percorso, chiudendo la porta di casa, dirigendosi verso una stazione o un aeroporto, senza mai voltarsi a guardare indietro. Una scelta difficile, ma non quando si è giovani, così curiosi ed innamorati di questa vita. Oggi ho 25 anni, provengo da un paese di provincia situato in una regione del centro Italia. Come molti sono partita per studiare fuori, in cerca di opportunità, con l’obiettivo di costruire la mia esistenza nel mondo. Mi sono iscritta all’università ed ho studiato disegno industriale alla Sapienza di Roma. Poi ho intrapreso una seconda laurea in Comunicazione Visiva, ma in questo periodo di vita la mia casa non è stata sempre la stessa.

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disegno realizzato da Simona Galizia su Roma

RomaUna fermata dell’autobus, a piazza Barberini, intorno alle ore 18.00 in un pomeriggio di settembre del 2009. Ho 19 anni. Quel pomeriggio sono con un’amica, disorientata dal caos della capitale. Attendo alla fermata il bus per tornare a casa. È questa la prima immagine che mi torna alla mente se penso alla mia esperienza a Roma. Per me è stato il primo passo verso nuove aperture, nuovi ritmi ed un nuovo stile di vita. Forse è proprio qui che ho iniziato a stringere i primi legami forti e, di conseguenza, a comprendere le differenze. Se penso al tempo trascorso nella capitale, non riesco a mettere bene a un’immagine in particolare. Ne ho diverse, più con persone che riguardo alla città. Roma la preferisco vuota, priva di auto ferme ai semafori, dei clacson e delle sirene, priva delle voci dei turisti. Alla fine dei tre anni accademici ho avvertito un bisogno di cambiare aria, di voltare pagina. La città mi appariva marmorea, statica, troppo accademica per dare sfogo alla mia creatività- un concetto che non può esistere all’interno di schemi predisposti. Inizialmente ho pensato di spostarmi in un’altra città italiana. Solo dopo ho deciso di temporeggiare, restando a Roma, così da presentare la domanda Erasmus nell’anno successivo.

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Istanbul vista da Simona

IstanbulLa partenza porta con sé il profumo della sorpresa. Quel giorno all’aeroporto non ero da sola, ma con due ragazzi conosciuti all’ufficio Erasmus e con una voglia di partire simile alla mia, i quali sarebbero poi diventati compagni di viaggio. A tratti- in quei momenti- mi sentivo insicura, temevo di aver sbagliato a prendere quella scelta. Mi furono di aiuto, in questo senso, i due ragazzi perché nei loro occhi vidi la stessa voglia di sperimentare, di volersi conoscere veramente. Sicuramente non immaginavo che quel fiume di gente per le strade di Istanbul mi avrebbe affascinato così tanto da perderci la testa e farla diventare la mia casa. Istanbul è un contrasto di colori, di case e di strade che si incrociano. Una città tradizionale e conservatrice allo stesso tempo e non solo. Trasgressiva, quasi irrazionale, alle volte. Di Istanbul ho amato la sua luminosità, i suoi odori ed i colori arcobaleno delle case che meticolosamente si mischiano a quelli della gente, di ogni provenienza. Questa città dal primo momento mi apparve come una pellicola, un nastro continuo di immagini, posto davanti ai miei occhi in ogni sua sfaccettatura. Un drink pagato 30 lire turche in un locale chic, mentre dietro l’angolo trovi persone che spremono delle arance per quattro monete. Ma questa non è la sola magia di una città del sud Europa- pensai, sentendo che c’era qualcosa di più legato a questo periodo: un forte senso di libertà che non ha una precisa collocazione geografica.  L’Erasmus ti da il permesso di essere ciò che vuoi, con chi vuoi. Per me non è un semplice periodo di vita, ma quasi un’incisione. Qui tendono ad instaurarsi legami profondi, incoscienti. In momenti di vita come questo, sono anche molti coloro che trovano l’amore e forse io ci sono andata vicina. Sicuramente vi ho lasciato un pezzo del mio cuore ed anche qualche rimpianto per non avere tentato qualcosa in più, magari proprio quella sera in cui la razionalità non voleva saperne di restarsene a casa. Per me i volti della gente sono continua fonte di ispirazione. La mia creatività ha trovato uno spazio immenso, un forte senso di apertura, bagnata dalla brezza del Mediterraneo. Così ho dato vita ad uno dei miei disegni a cui sono molto legata.

simona-galizia-disegno-iUtrecht -Nemmeno il tempo di disfare la valigia e mi misi di nuovo in viaggio. Forse questo era solo un modo per ammazzare quel magone che non riusciva a scendere giù, fermo sulla bocca dello stomaco. Dopo solo due giorni sono arrivata in Olanda per scrivere la mia tesi. Ad Utrecht era estate, ma non trovai lo stesso calore di Istanbul. Una città ordinata, con case a schiera, l’una di fianco all’altra. La mia vita a Utrecht è stata scandita dalle lancette di un orologio che non ha lasciato spazio per i ritardi. La routine casa-lavoro è stata una costante, oltre che un brutto contraccolpo dopo l’esperienza in Turchia. Mesi di duro lavoro, ma con la sensazione che lì tutti avevano la possibilità di costruirsi una vita dignitosa. Tutto così statico, ma non privo di ricordi. Sono riuscita a perdermi anche in quelle strade, ogni mattina, osservando i genitori accompagnare i figli a scuola in bicicletta.

Barcellona– Una città vissuta in due momenti, distanti fra loro. Alla conclusione degli studi, quindi al simona-galizia-barcellona-iconseguimento della laurea magistrale, scelsi di intraprendere un tirocinio post-laurea nella città catalana, vincendo una borsa di studi sempre presso La Sapienza. La prima immagine che mi viene in mente di Barcellona è racchiusa tutta in una stanza: un uomo che fuma marijuana e della musica latino americana ad alto volume. Un’immagine che grida al caos, che tuona nella mia testa per i successivi tre mesi di soggiorno in Spagna. Non è stato un periodo felicissimo però mi ha permesso di mettere insieme i piccoli pezzi di un puzzle costruito, pian piano, in questi anni. Poi il ritorno a Vasto e quel senso di incomprensione generale. Parlare, provando a spiegarsi e alla fine non capire. 

Questi anni, questi posti ed i volti delle persone, continuamente nuovi, hanno portato ad inevitabili cambiamenti. Il viaggio a volte fa anche questo. Tra tutti, il più importante resta sicuramente quello vissuto interiormente. Dopo un’attenta riflessione ed un ulteriore pizzico di incoscienza sono tornata a lavorare e vivere a Barcellona. Ad oggi ho un’immagine totalmente opposta di questa città: sono con i miei amici, nel parco de la Ciutadella a cantare con l’ukulele. È stata una fortuna tornare qui, posso definirlo come il momento di massima creatività di questi anni. E alla domanda “ad oggi qual è la tua casa?” rispondo che la sto ancora cercando. Chissà, magari troverò un appartamento nel quartiere Raval, il più turco della città, da condividere con un ragazzo moro dal profilo artistico quasi quanto il mio.

In attesa della prossima partenza,
una Lettera dalla Realtà di Simona Galizia

a cura di Nicola Stivaletta

 

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